Decadenza consigliere comunale

L’assenza ingiustificata e continuata dalle adunanze del Consiglio comunale legittima la decadenza dalla carica di consigliere. Nel caso in esame, il consigliere interessato dapprima dichiarò di non aver preso parte a più sedute del Consiglio comunale «in talune circostanze per effettive ragioni di ordine lavorativo, in altre per marcare politicamente il proprio disappunto e dissenso rispetto a una gestione della cosa pubblica considerata errata ed impropria», per poi, dopo l’avvio del procedimento di decadenza a suo carico, rimarcare il proprio comportamento evidenziando che «l’astensionismo deliberato e preannunciato, ancorché superiore al periodo previsto ai fini della decadenza, è da considerarsi uno strumento di lotta  politico-amministrativa a disposizione delle forze di opposizione per far valere il proprio dissenso a fronte di atteggiamenti ritenuti non partecipativi, non dialettici e non democratici delle forze di maggioranza», e che dunque tutte le assenze avevano un carattere politico di protesta stante il fatto che le sedute del Consiglio comunale venivano svolte di mattina e non di pomeriggio. Tuttavia, le giustificazioni fornite dal consigliere non venivano accolte dal Comune con la conseguenza che lo stesso Ente ne dichiarava la decadenza dalla carica a causa, come detto, delle suddette ripetute assenze. Ebbene, giunti innanzi la giustizia amministrativa, i giudici hanno affermato che l’istituto della decadenza da consigliere comunale «è posto a presidio di una ordinata e proficua attività dell’organo collegiale e tende a sanzionare il comportamento del consigliere che, una volta eletto, si disinteressi del mandato conferitogli dai cittadini», per cui se è vero che l’astensionismo deliberato e preannunciato «può considerarsi uno strumento di lotta politico-amministrativa a disposizione delle forze di opposizione per far valere il proprio dissenso a fronte di atteggiamenti ritenuti non partecipativi, dialettici e democratici delle forze di maggioranza», altrettanto vero è che l’astensionismo «non preventivamente comunicato e addotto solo successivamente - e su richiesta di giustificazione per la mancata partecipazione ai lavori consiliari - costituisce legittima causa di decadenza, generando difficoltà di funzionamento dell’organo collegiale cui appartiene il consigliere comunale e violando l’impegno assunto con il corpo elettorale che lo ha eletto e che ripone in lui la dovuta fiducia politico-amministrativa». Pertanto, sulla scorta della giurisprudenza conforme in materia, «la mera protesta politica, dichiarata a posteriori, non è idonea a costituire valida giustificazione delle assenze dalle sedute consiliari» (T.A.R. Campania, Sezione Prima, Sent. 3021/2024).

Pubblicazione n. 27 del 31.05.2024

Concorso nei reati tributari

In materia di apposizione del cosiddetto “visto leggero” di conformità, per mano del professionista abilitato, quest’ultimo non è al riparo da condanna per concorso nei reati tributari giacché, sotto il profilo della condotta, il «professionista che rilascia indebitamente il visto leggero di conformità ad una dichiarazione IVA: a) con riferimento al reato di dichiarazione fraudolenta, offre un contributo quanto meno agevolatore e di rafforzamento del proposito criminoso, anche perché di norma l’apposizione del visto precede la presentazione della dichiarazione; b) con riguardo al reato di indebita compensazione, costituisce contributo causale, in quanto presupposto formale necessario (almeno in via alternativa ad altri) per effettuare le compensazioni di crediti IVA». Infatti, il rilascio di detto “visto leggero” «implica il riscontro della corrispondenza dei dati esposti nella dichiarazione alle risultanze della relativa documentazione e alle disposizioni che disciplinano gli oneri deducibili e detraibili, le detrazioni e i crediti d'imposta, lo scomputo delle ritenute d’acconto». Per cui «risulta doverosa, da parte del professionista, la verifica in ordine ai documenti relativi ai dati esposti nella dichiarazione. E questa verifica non può intendersi ridotta ad un semplice controllo aritmetico di corrispondenza tra il dato numerico riportato nelle fatture e quello indicato in dichiarazione, così da prescindere persino da accertamenti formali di immediata effettuazione, o, addirittura, da verifiche sulla documentazione strettamente correlata alle operazioni indicate in fattura e anch’essa nella disponibilità del dichiarante». Sicché, nel caso in esame, «una omissione di assoluto rilievo è costituita dalla mancata effettuazione di qualunque approfondimento dopo il rilievo dell’incongruità del codice ATECO della società (...) rispetto alle operazioni indicate nelle fatture, e per importi milionari; né tale omissione può essere esclusa solo perché la divergenza è stata semplicemente “sistemata” ex post, in sede di presentazione della dichiarazione, a distanza di tempo dalle transazioni» (Cassazione, III Sez. Pen., Sent. 14954/2024).

Pubblicazione n. 26 del 10.05.2024

Pena sostitutiva

In ordine al riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, disparità di trattamento rispetto ad altri coimputati nel medesimo reato e sostituzione della pena detentiva, la Corte di legittimità ricorda: in primis, il «principio consolidato per cui, in tema di circostanze attenuanti generiche, il giudice del merito esprime un giudizio di fatto, la cui motivazione è insindacabile in sede di legittimità, purché non sia contraddittoria e dia conto, anche richiamandoli, degli elementi, tra quelli indicati nell’art. 133 cod. pen., considerati preponderanti ai fini della concessione o dell’esclusione». Infatti, nel motivare il diniego della concessione delle attenuanti generiche «non è necessario che il giudice prenda in considerazione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo tutti gli altri disattesi o superati da tale valutazione», atteso, inoltre, che «il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche può essere legittimamente motivato dal giudice con l’assenza di elementi o circostanze di segno positivo»; in secundis, in tema di determinazione della misura della pena rispetto all’ipotesi di disparità di trattamento tra più soggetti imputati in concorso nello stesso reato, il giudice del merito «non è gravato dell’onere motivazionale di procedere alla valutazione comparativa delle singole posizioni e di motivare in ordine alla eventuale differenziazione delle pene inflitte, spiegando che il trattamento sanzionatorio deve essere definito sulla base di parametri squisitamente individuali»; in terzis, il giudice, nel decidere se applicare una pena sostitutiva o scegliere quale pena applicare, deve «valutare quale sia la pena più idonea alla rieducazione del condannato e se sia possibile, attraverso opportune prescrizioni, prevenire il pericolo di commissione di altri reati», tenuto altresì conto dei precedenti penali del reo che sono «da valutare non tanto nella prospettiva della meritevolezza del beneficio della sostituzione, quanto nella prospettiva dell’efficacia della pena sostitutiva e della possibilità di considerarla più idonea alla rieducazione rispetto alla pena detentiva» (Corte di Cassazione, IV Sez. Pen., Sent. 12331/2024).

Pubblicazione n. 25 del 24.04.2024